L’economia vive di buone relazioni

Basta una breve riflessione per rendersi conto che le relazioni che viviamo incidono sull’adeguatezza e la lungimiranza delle nostre decisioni. Parlare con gli altri, confrontarsi, lasciarsi consigliare o anche provocare sono momenti importanti, che incidono direttamente sulla nostra modalità di valutare progetti, strategie imprenditoriali o impostazioni lavorative. È dunque indubbio che la qualità delle relazioni che viviamo incide anche sulla qualità delle decisioni che prendiamo: i rapporti umani intessuti negli anni possono aprire la mente a conoscenze più ampie e più profonde del proprio operare, del contesto in cui si agisce e delle possibili prospettive di cambiamento.

Eppure tutto ciò rimane troppo spesso relegato nelle sfere dell’implicito o del casuale, invece di diventare il riconoscimento consapevole del fatto che “Tu sei un bene per me”, come invita a fare il titolo della 37esima edizione del Meeting di Rimini, in programma da giovedì 18 fino a venerdì 26 agosto.

Un Meeting che ha tanto da proporre anche a chi vive l’impresa. Infatti la profonda reciprocità nei rapporti fra le persone vale non solo nella vita privata, ma anche in quella sociale ed economica. Tante problematiche di stretta attualità hanno la loro radice nella falsa convinzione che sia possibile perseguire il proprio interesse a prescindere da quello degli altri. Il radicamento di questo individualismo è ormai così forte che nemmeno appelli etici bastano a estirparlo. Occorre, quindi, riportare l’attenzione alla realtà che si rivela nell’esperienza di ciascuno: la sostanziale interdipendenza tra noi, dentro i luoghi di lavoro e tra i diversi attori sociali ed economici.

Ogni lavoro dipende da altri che lavorano con me, da collaboratori che condividono tempo e competenze, da fornitori che si fidano e da clienti che si fidelizzano. Gli ambiti lavorativi nei quali queste relazioni non vengono solo “gestite” o “tollerate” in quanto inevitabili, ma vengono vissute consapevolmente e valorizzate, diventano economicamente più innovativi e soprattutto socialmente generativi: le persone e le imprese che vivono una profonda coscienza di questa interdipendenza lavorano meglio, esprimono di più se stesse e raggiungono mete interessanti, quasi sempre legate al bene comune. Diventano luoghi dove le persone fanno esperienza che lavorare insieme, riconoscere la ricchezza della diversità, condividere con chiarezza opportunità e problemi, affrontare insieme limiti e difficoltà sia una positività per la maturazione personale e per la costruzione di una socialità più autentica.

E questo vale anche per i rapporti fra le diverse realtà presenti nell’economia e nella società: imprese od opere sociali che lavorano senza paragonarsi con gli altri e senza aprirsi a nuove sinergie rischiano di naufragare tra autocompiacimento e presunta autosufficienza. Chi – al contrario – cerca di collaborare e di cooperare, superando diffidenze e pregiudizi, ne trae dei benefici, anche se la strada comune non è sempre facile.

L’esperienza dell’altro come un bene per me è fondamentale non solo per il futuro della nostra economia ma, soprattutto, per il futuro della vita sociale, della nostra democrazia e della stessa Europa. Analisi e discussioni che denunciano l’individualismo e la massimizzazione del profitto quale criterio esclusivo e l’egemonia della finanza non mancano. Tuttavia, accanto a esse, abbiamo bisogno innanzitutto di persone che in ogni ambito vivano quotidianamente in modo realistico e cosciente l’esperienza dell’altro come un bene, prendendo poi decisioni economiche e politiche conseguenti, maturate proprio in questa stessa esperienza.

In questo senso, è importante non confondere queste considerazioni con un nuovo “buonismo” che, come insegna la storia, provoca illusioni prima e risentimenti poi. L’altro è un bene perché c’è, perché chiede a me di rispondere, di assumermi la mia responsabilità, senza strumentalizzazioni e senza emarginazioni. Non ci deve essere per forza un rapporto di simpatia, né io devo sempre essere d’accordo: l’altro, semplicemente, c’è e la mia libertà non può prescinderne, a costo di tradire se stessa. Quante volte nella vita un rapporto cosiddetto “difficile” è diventato fonte di maturazione personale, professionale o imprenditoriale.

Se i nostri luoghi di lavoro potessero valorizzare meglio questa esperienza che la natura stessa del lavoro sollecita, allora potremmo avere maggiore certezza per un futuro meno ideologico e più costruttivo, meno dedito a cercare alibi e più radicato nella responsabilità di ognuno di fronte al bene dell’altro come un bene anche per sé.

Fonte: ilsole24ore.com