Chat, facebook e il paradosso della comunicazione globale

La comunicazione nell’ultimo ventennio ha subito una rivoluzione dopo l’altra, sia per quanto riguarda gli ambiti di applicazione sia per quanto riguarda gli sviluppi.
Completamente dimenticata l’epistola, termine che verosimilmente pochi appartenenti alla nuova generazione riconoscerebbero, di questo passo tra un po’ passerà di moda anche la chat tradizionale, che rappresenta in realtà una delle più importanti e travolgenti rivoluzioni nel campo della comunicazione, e una delle prime applicazioni della interazione umana attraverso uno schermo, evolutasi nelle varie mutazioni come chat per donne, per uomini, chat incontri e via discorrendo.
Per tenere il passo infatti si sono moltiplicate le funzioni e la facilità di accesso, a discapito in realtà dei controlli su minorenni e malintenzionati, che ad oggi trovano terreno fertile in questo tipo di community. Sono sempre di più infatti le chat senza registrazione, con scarsa o nulla moderazione, che diventano un po’ il riflesso di una società che ha sempre meno a che fare con la cultura e cerca con forsennata necessità l’intrattenimento a tutti i costi, anche se banale o di cattivo gusto.
È anche per questo che uno strumento dall’immenso potenziale come Facebook si trova ad essere inteso come una “piazza virtuale” in cui dare sfogo al festival delle banalità e della depravazione, piuttosto che venire sfruttato come canale di diffusione della cultura o per nutrire la crescita e lo sviluppo di un Villaggio Globale di cui si parla da decenni, ormai, ma che somiglia sempre più a una discarica globale.
Ma tant’è, siamo nel paradosso in cui il cane non può neppure rincorrersi la coda perché se l’è già strappata a morsi: gli apocalittici del web si sono per lo più chiusi in una casta riservata in cui da soli si scambiano opinioni e concetti di cui sono già padroni, chi cerca cultura difficilmente entra in contatto tanto con questa casta, quanto con facebooklandia. Alla faccia della globalizzazione.

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