Riprende la ricerca per capire il legame tra ccsvi e slerosi multipla

Da tempo si discute sulla possibile correlazione tra la ccsvi e la sclerosi multipla, due patologie diverse ma che potrebbero essere legate, almeno stando ai risultati raggiunti dal prof. Zamboni che per primo ha ipotizzato l’esistenza di una correlazione.

Ed in effetti sino ad oggi le ricerche hanno potuto appurare che la ccsvi si manifesta in oltre il 90% dei pazienti colpiti da sclerosi multipla il che comproverebbe, quindi, l’esistenza di un forte legame tra le due patologie.

Tra i diversi studi realizzati, spicca quello portato avanti nel 2011 a Cleveland, grazie al quale si è potuto appurare che i difetti valvolari nelle vene giugulari si riscontrano in circa il 90% dei pazienti affetti da sclerosi multipla, con un’incidenza nettamente minore nei malati non colpiti da questa patologia. In aggiunta sempre questo studio ha reso noto come trattare i malati di sclerosi multipla con angioplastica venosa comporta immediati benefici, soprattutto in relazione a determinati sintomi quali la cefalea, la fatica cronica, il controllo vescicale e così via.

Altro studio importantissimo relativo alla correlazione tra ccsvi e sclerosi multipla, è “Brave Dreams” uno studio multicentrico, randomizzato e controllato in doppio circo si 650 pazienti, il cui obiettivo fondamentale è appunto quello di capire il grado di legame tra la sclerosi multipla e la ccsvi.

“Ci sono evidenze scientifiche che dimostrano l’esistenza della Ccsvi e la sua forte presenza nella SM – ha detto Gisella Pandolfo, presidente nazionale Ccsvi nella SM onlus – Ciò non significa che tutto è chiarito ma è necessario proseguire lo studio e favorire le ricerche come ‘Brave dreams’ che potrebbero portare a scoperte rivoluzionarie”.

Lo studio che è stato voluto e realizzato dall’azienda ospedaliera di Ferrara e finanziato dalla Regione Emilia Romagna, coinvolgendo tra i 10 e i 12 centri clinici del territorio dell’Emilia Romagna.

“In Italia c’è un clima di chiusura e autoreferenzialità mentre, ad esempio, nel Regno Unito l’Istituto nazionale di Sanità incoraggia ulteriori ricerche in questo campo – continua Pandolfo – Ecco, noi vogliamo, che si prenda atto della ricerca internazionale fin qui compiuta e si vada avanti, avendo presente l’interesse dei malati”.

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