Pier Paolo, poeta delle Ceneri: Comunicato – Intervista

Mercoledì, 25 aprile 2012 alle ore 21.00, presso la Sala Sinopoli dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, AGENA, in collaborazione con Musica per Roma, presenta Cosimo Cinieri in PIER PAOLO POETA DELLE CENERI, da un’idea di Gianni Borgna. Drammaturgia e scrittura scenica di Irma Immacolata Palazzo e Gianni Borgna. Regia di Irma Immacolata Palazzo.

Con la partecipazione di Gianni De Feo, canto, e con Marcello Maietta.

Domenico Virgili, direzione, pianoforte, orchestrazione; Marco Ariano, batteria e percussioni; Roberto Bellatalla, contrabbasso; Piero Bronzi, flauto e sax; Carlo Cossu, violino; Marcello Fiorini, fisarmonica; Antonio Iasevoli, chitarra classica ed elettrica.

 Paolo Logli,

sceneggiatore e scrittore, a Gianni Borgna, ideatore:

D: Rispetto a quando scriveva Pasolini, lo scenario politico e culturale italiano è decisamente peggiorato. Si è imbarbarito, volgarizzato, ulteriormente lottizzato ed ideologizzato. Il poetagià allora reclamava l’etica come tema inevitabile, ed esprimeva la dolorosa necessità di non sfuggire i temi di fondo dell’esistenza: libertà di sogno,
diritto alla felicità e all’esistenza, sacralità della vita e dell’ideale. In che modo le sue parole possono servire a risvegliare la passione morale e civile in uno scenario prosaico come il nostro?

R: Non credo che la società italiana di allora fosse così decisamente migliore. La polizia e la magistratura, tanto per dire, erano sicuramente peggiori. Proprio Pasolini fu oggetto di una persecuzione costante da parte di queste istituzioni intrise ancora di spirito fascista. Anche la classe dirigente politica – più dignitosa, certo – era per molti versi
peggiore. Si pensi solo che la denuncia alla magistratura di “Ragazzi di vita”, il primo romanzo dello scrittore, fu fatta direttamente dalla presidenza del consiglio dei ministri. Oggi, almeno questo, sarebbe impensabile. Omofobia e perbenismo erano a dir poco ossessivi. Per non dire che una parte considerevole delle classi subalterne era molto poco tutelata. C’era, però, una forte opposizione sociale e politica. C’erano partiti in cui anche gli oppressi si riconoscevano. C’erano ideali da contrapporre al potere e per i
quali credere e lottare. E c’era una società intellettuale non solo ricca di talenti, spesso grandissimi, ma anche vivace, libera, anticonformista. Uno di questi, uno dei maggiori e dei più versatili, era senz’altro Pasolini. A un giovane com’ero io allora, e a tanti miei coetanei, Pasolini aprì gli occhi e la mente. Oggi intellettuali così mancano. Certo, se glielo si fa conoscere, la sua arte e il suo pensiero sono tanto lucidi e attuali da potere ancora servire da antidoto ai terribili mali che ci affliggono.

 

Jessica Tani, psicologa, a Cosimo Cinieri, attore:

D: Dare corpo e voce a Pier Paolo Pasolini significa innanzitutto entrare nella sua anima…ed è proprio da qui che nasce la mia domanda: che cosa vibra al suo interno, qual è il suo grido?

R: No entrare nella sua anima, ma pescare nella mia le sensazioni che una parola, un verso, un pensiero di Pasolini suscitano. Spesso, affrontando a primo acchitto una sua opera, le emozioni si nascondono in giri complessi, in visioni fulminanti, in anfratti bui. Ma, nel leggere e rileggere, nell’ascoltarmi, nell’improvvisare, finalmente esse cominciano a danzare ed io cerco di catturarle con l’‘amo’ per trasformarle in suono, in voce, in sguardi, in gesti e, sotto il controllo della tecnica’, in autentica commozione. Arricchendo il bagaglio emotivo, la vicinanza del poeta diviene quasi un abito, una pelle, una nuova essenza che non è del poeta ma dell’attore che vive il suo gioco evitando la recita.

 

D: Quale “coloritura” del Grande Intellettuale sente più affine a lei, al suo modo di essere, di percepire? C’è stato un momento in cui calandosi nei suoi panni è entrato empaticamente a contatto con le sue emozioni, la sua rabbia, il suo Ego?

R: Di Pasolini mi è dentro al cuore la sconvolgente verità, il coraggio dello scandalo, la forza di essere ciò che si è,  la capacità di guardare il mondo al di là del presente, il capire a fondo le pulsioni che guidano gli esseri umani, e la loro diffusa, ingenua, ignoranza di sé. Siamo ancora troppo giovani, come specie, e questo produce ferocia e ottusità. Socrate era un suo punto di riferimento. Siamo lontani da lui perché siamo lontani da noi. Capire le sue emozioni? Sono conoscibili le altrui emozioni solo se filtrate dal nostro sentire. Pasolini ha un solo torto: ha scritto troppo in un paese che legge pochissimo. In altri paesi è un idolo, per la maggior parte degli italiani è soltanto un personaggio
scomodo.

 

Jessica Tani
a Irma Immacolata Palazzo, regista:

D: Poeta, romanziere, drammaturgo, linguista, giornalista, cineasta… chi è Pier Paolo Pasolini?

R: Un poeta a tutto tondo. Anche quando scriveva romanzi, pamphlet o girava. Parla difatti di ’cinema di poesia’ (a suo dire irrazionalistico e fondamentalmente onirico, per la elementarità dei suoi archetipi) e quando affronta il teatro, scrive tragedie in versi. A 30 anni, da appassionato linguista, pubblica gli studi su La poesia dialettale del Novecento: di quanti poeti napoletani, siciliani, friulani, romani discorre, e con quale perizia. Ogni disciplina, di cui fu sperimentatore e tecnico cosciente: arguto
semiologo di cinema e teorico del manifesto del ‘teatro di parola’ da contrapporre all’inviso ‘teatro della chiacchiera’ che imperversava sui palcoscenici, ogni branca, ogni disciplina, dicevo,  sconfina comunque nella poesia. Pasolini fu “un poeta di sette anni” come Rimbaud e da allora la poesia attraversa tutta la sua vita: piano-sequenza infinito che solo la morte interrompe. Testimonianza di questa coscienza precoce la ritroviamo in una delle sue lettere, tra il ’40-’42, scritta a un compagno di liceo: “Ormai vedo che la mia vita dovrà rinunciare a quello che gli uomini chiamano ‘vivere’; e raccogliersi tutta in una propria visione poetica degli avvenimenti, e gustare così le minime cose,
trasformare sempre in ente fantastico ciò che suole accadere anche nel modo più banale (…)”.

Quasi fosse una ‘chiamata’, la poesia, e un’ossessione, ossessione esistenziale. Sembra quasi di vederlo, sempre con un taccuino in mano, dove annota decine e decine di paesaggi/location naturali e dell’anima, strade e città d’ogni parte del mondo, visi, umiliati e arroganti, perduti, riscattati, prati, palazzoni, glicini, tombe, sessi, amori, ciuffi, santi, bandiere, puttane, contadini, usignoli, scavatrici. Una logorrea poetica incontenibile tanto che un critico vede in Pasolini un precursore dei rapper. Rimane
il mistero se tanta poesia gli serva a fissare una realtà che per troppa esuberanza pare sfuggirgli, oppure gli serva contemplarla -questa realtà- per
rinventarla, riscriverla… La sua, mi si perdoni l’ardire, è una poesia dell’anima, traboccante di rimembranze orfiche dove l’invitato eletto non è
Apollo, bensì Dioniso/Zagreo; una poesia vicina alla terra, piena di umori e contraddizioni umanissime. Il nostro spettacolo, privilegia emblematici momenti (vorrei vedere, PPP ha scritto 20.000  e passa pagine!!!), procedendo per singulti, illuminazioni, sbocchi ematici, e vive in un’atmosfera appassionata e fortemente emotiva,  attingendo e perdendosi nel magma pasoliniano che è sempre vibrante di vita vera e perciò assolutamente sincera e autentica. Scandalosa. Come nota lo studioso Raoul Kirchmayr, non dimentichiamo che Pasolini amava definirsi un poeta ab joi, espressione della poesia provenzale, dove il termine aveva un significato particolare di raptus poetico, di esaltazione, di ebbrezza poetica. L’usignolo che canta ab joi, per gioia. Una gioia intrisa però di nostalgia della vita, la stessa che si ritrova nella sofferenza d’amore che dà gioia perché è vita e morte al tempo stesso. Non c’è gioia che non s’inscriva in una legge della perdita e del dolore, perché c’è accrescimento della vita solo dove la vita pare svanire…

 

D: Pasolini equipara la televisione ad un nuovo strumento del potere, questa convinta affermazione pensa possa ancora scuotere qualche animo od oramai il mondo si è “incasellato” nella sua apparente tranquillità e continua a stagnare nella rassegnazione e protesta tacita, vivendo la televisione come un mezzo evasivo? Non vedendo o
non volendo vedere cosa cela questo apparentemente semplice strumento mediatico?

Certamente, allora, la TV fu giustamente demonizzata da PPP, in quanto causa della perdita della ricchezza linguistica in cambio di una lingua banalizzata dal gergo televisivo.
Responsabile della mutazione antropologica, proponendo modelli di comportamento, addirittura conformizzava la protesta e l’opposizione, integrandole nel proprio discorso…

Ma dopo la televisione è venuto il computer. Più ribelle, per fortuna, e anarchico. Come ogni strumento, esso è neutro e dipende dai filtri di chi lo usa. E, per la varietà delle opzioni, sembra che non ci venga imposto nulla, anzi. Oggi, possiamo scegliere noi il palinsesto. Il mondo tecnologico è un’immensa banca dati: un supermarket, e per di più, addirittura possiamo ‘creare’, essere interattivi. Manipolati? Ma da chi? Ma da quanti? Chi manipola chi? Siamo delle monadi tecnologiche: FB, Twitter e gli altri social netwok,
aggregano un popolo autoreferenziale. Tutti affermano, negano, tolgono, mettono… Dal Barocco in poi, credo che sia necessaria l’accettazione di diversi e molteplici punti di vista. Non esiste più il Centro. Questo, dice il pc. Tacita rassegnazione? Non credo, la gente non si butterebbe dai balconi né si darebbe fuoco. Aspettiamoci delle sorprese. Tragedia, morte, vita: le cose di sempre.

 

D: Nella sua plurivalente capacità artistico-culturale qual è il messaggio tacito che Pasolini vuole promulgare?
Un solo messaggio o più messaggi che si intersecano in una stessa trama?

R: Credo che di ‘tacito’, Pasolini non avesse nulla. Guerriero, scendeva sempre in campo, usando le parole come spade affilate. E anche quando non era il
polemista arrabbiato ma il paziente pedagogo di Vie Nuove, che lo vedeva rispondere ai minatori, alle casalinghe, ai giovani studenti, le sue parole erano meticolose, precise, semplici all’occorrenza. Adamantine e dirette, sempre. I messaggi, mi chiedi… Dal ’72 al ’75, specialmente negli Scritti corsari, è palese la sua ossessione contro il ‘nuovo potere’ che ha messo in atto irreparabilmente la mutazione antropologica delle classi popolari. La tolleranza, anche sessuale, componente essenziale del consumismo, al posto
della repressione diretta, secondo PPP, consente una falsa libertà, tipica dell’ideologia neo-edonistica, molto più totalitaria del fascismo. In quegli
anni, come uno sbraitante profeta, non fa che aprirci gli occhi, ammonirci dei pericoli… Per esempio, il finale “Margherita”, scelto da Pasolini per Salò, l’ultimo suo film, a mio parere, è, in qualche modo, metafora di questa possibile e generale anestesia, la tanto temuta assuefazione, il peggiore dei crimini. Cos’è il sadismo se non la volontà di ‘risvegliare’ un corpo ottuso? Nel film, dopo tutte le violenze messe in atto dai Signori per soddisfare i loro appetiti sessuali, i due giovanissimi soldati repubblichini, come se niente fosse accaduto, ballano sulle note di un valzer e, semplicemente, uno chiede: Come si chiama la tua ragazza?
Margherita, gli risponde l’altro… Il Potere sarà pure anarchico e praticamente fa ciò che vuole, ma la variabile impazzita è sempre la sua risposta. Ed è sempre
ambigua. I due ragazzi sono diventati indifferenti ad ogni sopruso? Oppure: anche nell’ambiente più feroce e crudele, c’è una possibilità che la purezza, l’innocenza riesca a rimanere illibata? Mistero. Il poeta mostra e basta. Del resto, si sa, che in fin dei conti anche il peggior cinico non vuole che essere sconfessato. E’ lì la sua gelida provocazione. Di qua: sassi e ‘belle bandiere’. Ad oltranza. Il finale “Margherita” è anche il finale del nostro spettacolo, in un campo di lucciole…

 

 

Laura Curtale,
giornalista, a Domenico Virgili, direttore d’orchestra:

D: La musica nella produzione artistica di Pasolini, occhio puntato su quel vissuto terreno dal sapore ancestrale, si fa strada in un paesaggio di scarna parvenza. Il linguaggio del suono solleva la coltre del silenzio?

R: …la musica fluttua nelle visioni di Pasolini irrompendo sulla scena ecumenica, landa desolata dell’animo e, in antitesi, in essa trova alimento e forza compositiva: sfolgoranti gemme di luce emergono dal medesimo sottosuolo in cui anguste presenze si agitano in assordante silenzio. Una musica -elemento magico su visioni monocrome o caleidoscopiche- si leva dalle cavità più infime, come forza dirompente eleva la visione al cielo delle percezioni. Lo sguardo di Pasolini compie così la sublimazione del brutto, trasferendo nel terreno il divino. E’ esemplare come nei lavori pasoliniani è insito il fatto che la musica
rappresenti concretamente l’immaterialità, è quindi inutile rifarci ad ogni relativismo di gusto, di stile e di linguaggio musicale, o sterile sofisma
cronologico. Ho svolto un tentativo di creare una sintesi personale, senza essere vincolato a nessun modello compositivo, ma semplicemente arricchendola di un’epoca musicale senza identificazione alcuna. Assoluta individualità, senza imposizioni di modelli o schemi convenzionali. L’ascolto dei pezzi sarà un’opportunità per scoprire dove inizia il linguaggio, a quali radici appartiene, e vedere già in nuce le caratteristiche principali.

 

Jessica Tani
al fotografo Daniele Lanci:

D: Nei suoi scatti sul litorale di Ostia, dove l’Intellettuale trovò la morte, colpisce l’emergere di una maschera di sabbia, quasi con l’intento di celare il viso, di nascondersi. Vivere questa scena dietro una fotocamera cosa suscita, quali pensieri prendono forma? E soprattutto, dinanzi ad una scena così carica emotivamente, su quale focus si
orienta il suo obiettivo affinché coloro i quali visualizzano i suoi fotogrammi si sentano co-protagonisti della scena?

R: Immergermi nella scena insieme all’attore Cosimo Cinieri mi ha catapultato improvvisamente nel mondo pasoliniano. Quei gesti, le luci intense del mattino,
il mare del litorale romano, l’idroscalo di Ostia, tutto improvvisamente è sembrato così reale quasi che la maschera di Cosimo si sdoppiasse nel volto di Accattone ri-mettendo in luce l’umanità degradata di un mondo che Pasolini voleva mostrare.

Primi piani carichi di forti contrasti in bianco e nero, il mare sullo sfondo e la sabbia protagonista principale a creare la maschera di Accattone tramite il
sapiente uso delle mani da parte di Cosimo. Altre foto sono state scattate sempre mantenendo forti contrasti con viraggi sul bianco e nero utilizzando come sfondi l’Idroscalo di Ostia. Per i tecnici della fotografia, ho utilizzato un 50mm con diaframmi molto aperti per poter immergere comunque l’osservatore all’interno della scena; un teleobiettivo avrebbe distaccato troppo il fondale dal soggetto.

 

Irma palazzo a Max Ciogli artista,
compositore:

D: Quale apporto concreto può rappresentare l’arte contemporanea in uno spettacolo?

 

R: L’arte arriva a creare un punto terzo tra la comunicazione del linguaggio verbale, del gesto e quello musicale, dove il teatro rispecchia una possibile
“iperealtà” a noi celata dall’attuale “iperbolica” e pseudo-comunicazione. Cogliere l’attimo vuol dire quindi saper cogliere l’eternità del momento, non la prima mela. Ed è per questo che il mio lavoro vuole risvegliare le anime assopite attraverso un’istallazione che vede fondere le avanguardie multimediali che compenetrando e affiancando il concetto più profondo della pittura come mezzo, inizio e residuo di un processo del quale non siamo e non dobbiamo essere in grado di sapere se sia mai accaduto e se più profondamente stia accadendo dentro ognuno di noi.

Oggi.

L’arte contemporanea diventa e fa diventare allora contenitore il contenuto e
contenuto i contenitori ricongiungendo se stessa e  le arti nel loro senso più ampio.

 

 

 

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